La recensione – “Il giovane Maso” di Ezio Mammoliti

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di Luisa Di Maso

Instagram @luisa.di.maso

L’odore del fieno, in questo romanzo di memoria rurale, sale alle narici e sembra vederle le distese infinite e silenziose di campi in cui i protagonisti, contadini del piccolo borgo di San Giorgio Morgeto, della nostra Italia del sud, lavorano. Uomini e donne che silenziosamente hanno fatto la storia, pur stando ai margini, che faticosamente hanno “tirato avanti” nel difficile periodo intercorso tra le due guerre mondiali. Una generazione che ha sacrificato la giovinezza, cresciuta in fretta, che ha vissuto l’orrore della sopraffazione, della perdita materiale e immateriale, della guerra. Un bel romanzo questo di Ezio Mammoliti che ha preso spunto, come si legge nella prefazione di Rosanna Giovinazzo, da alcuni episodi di vita familiare. Maso, il protagonista, suo padre Giovanni, Maria, sua madre e tutti gli altri personaggi, raccontano una storia di buoni sentimenti e propositi, di disponibilità semplice mai disonesta, lo stesso barone, proprietario delle terre in cui la famiglia di Maso lavora è persona per bene che offre il proprio appoggio ai lavoranti. Maso, riflessivo, mai spregiudicato, viene chiamato in guerra. In caserma, circondato da tanti commilitoni analfabeti si chiede come sia possibile affrontare un conflitto con tanti uomini ingenui e sprovveduti.

“Un aspetto grottesco della vita in caserma sono anche le lezioni di scuola guida, fatte su vecchi camion a ragazzi che consideravano il mulo come l’unico mezzo di trasporto. (…) Solo una mente annebbiata e guidata dall’arrivismo, dalla spregiudicatezza e dalla rincorsa dei fasti gloriosi dell’impero romano, poteva essere tanto crudele al punto di far soccombere un intero popolo.”

Un ritratto abbastanza fedele dell’Italia meridionale di quegli anni, fatta per lo più di famiglie di agricoltori umili e semplici che del poco che avevano si accontentavano e che accettavano gli accadimenti con scarsa ritrosia.

“La nave con a bordo i prigionieri provenienti dall’Africa Settentrionale arriva nel porto di Liverpool. Sono tutti soldati semplici in quanto la Convenzione di Ginevra proibisce di utilizzare in lavori manuali gli ufficiali. Gli Inglesi portano gli Italiani in Gran Bretagna perché non sono considerati pericolosi, riguardo la sicurezza interna, in quanto poco politicizzati e ritenuti incapaci da un punto di vista militare.”

E tuttavia Maso fa eccezione col suo desiderio di migliorarsi e offrire ai suoi figli un futuro di opportunità. Ecco perché, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, parte per il Belgio deciso a lavorare nella tristemente nota miniera di Marcinelle.

“I lavoratori italiani vengono scaricati non in stazione, ma nella zona destinata allo scarico merci. (…) Le abitazioni destinate ai minatori sono formate da vecchie baracche in legno, i tetti sono coperti di lamiere, senza riscaldamento con i pavimenti in legno. (…) Nella seconda guerra mondiale queste residenze improvvisate erano dei campi di prigionia tedeschi.”

Il libro è bello, si legge con piacere, la prosa lineare sembra rifarsi a uno scambio epistolare. La narrazione accurata è animata da buone intenzioni, una in particolare, quella di rinnovare la memoria della sofferenza generata dalla guerra e una riflessione assidua per bocca di Giovanni, il capostipite: “chi non ha memoria smarrisce la propria civiltà e la propria cultura in un deserto arido di idee.”

Il giovane Maso

Ezio Mammoliti

Edizioni Mannarino