La recensione – “La casa degli sguardi” di Daniele Mencarelli

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di Luisa Di Maso

Instagram @luisa.di.maso

Abitare ogni giorno l’infelicità, è ormai la normalità per Daniele che prova a disinnescare il supplizio quotidiano delle conseguenze del bere, attraverso la dimenticanza che il bere stesso produce. Un circolo vizioso per vedere annullata la coscienza e spegnere gli occhi curiosi che sembrano invece rifiutare il divieto autoimposto di non guardare in faccia la sofferenza… e invece gli occhi, caparbi, corrono lo stesso là.

Si dice che chi si fa carico della sofferenza altrui sia sensibile; Daniele vorrebbe abolire questa parola, la odia; sua madre lo sa, eppure lo esorta con la lingua dialettale, più familiare e incisiva: “Se non capisci che quello che senti è un tesoro e non una maledizione non troverai mai un po’ de pace, lo so che il discorso sulla sensibilità te dà fastidio, ma cerca de viverlo come una grazia”.

Il padre invece non gli rivolge quasi più la parola.

“Fu mi fratello ad avere la certezza del mio problema, glielo dissero alcuni conoscenti. (…). Quel poco di mondo ancora in piedi crollò agli occhi di mia madre e mio padre, se fino a quel punto erano sopravvissuti, perché per distruggere la fiducia di un genitore verso un figlio occorrono tempo e dedizione, quel passaggio ne decretò la fine sino a nuovo ordine.”

Al giovane protagonista, un poeta, che da alcuni anni vive la schiavitù dell’alcolismo, un amico, Davide, prospetta un lavoro presso una cooperativa di pulizia all’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Daniele accetta, anche per tentare di venire fuori dall’orrenda routine che lo porta a vivere con paura ogni pensiero, ogni gesto: “La paura è il mio demonio. Trasforma tutto, prima che sia vissuto in un disastro scritto (…).”

Ma convivere con il dolore nel luogo più impietoso che c’è, registrando con la mente ogni volto, voce, pianto, grido, non è semplice.

“Al bambino Gesù ho fatto la conoscenza del dolore portato alla sua essenza più pura, invincibile. Ho bestemmiato, ho maledetto questa carne che non sa difendersi dal dolore degli altri, né tantomeno prova a rifuggirlo. Di tutto questo mi porto quintali di parole non scritte, lasciate in giro per la mente, dimenticate e riprese centinaia di volte (…).

A poco a poco, con l’aiuto dei compagni di lavoro, Daniele recupera la capacità di interagire con gli altri, di sperimentare nuovamente l’amicizia, si accorge di come i gesti meccanici che lo impegnano nelle pulizie lo allontanino dall’ansia, dalle ossessioni, dal bere, sempre più a lungo. Riprende a porsi domande, scomode in verità, per le quali tuttavia ricomincerà a ragionare, scoprendosi ancora in grado di intrecciare pensieri e parole.

Esplode dentro al petto “La casa degli sguardi”, non si può non essere di parte, sperare che questo giovane poeta talentuoso ce la faccia e che riesca, col suo esempio a offrire una speranza a quanti bruciano la vita nel vuoto prodotto dall’alcol o dalle sostanze stupefacenti. Potente, delicato, struggente, meravigliosa testimonianza di vita, di guarigione cercata e ottenuta, perché Daniele è Daniele, l’autore, dal viso segnato, che sa dar voce agli ultimi, ai reietti, e chi lo scopre, a lui s’affeziona.

La casa degli sguardi

Daniele Mencarelli

Mondadori