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Nuovo Teatro Ateneo, parte la terza stagione

di Daniela Pasquano
2 Novembre 2026
in Teatro
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Nuovo Teatro Ateneo, parte la terza stagione

Foto: Zora Snake

La Terza stagione del Nuovo Teatro Ateneo prende forma a partire da una domanda: che cosa significa oggi fare teatro dentro un’università e, insieme, dentro una città come Roma? La risposta non sta in una formula e nemmeno nella semplice scelta di una serie di spettacoli. Sta nel modo in cui un teatro decide di abitare il proprio tempo. Il Nuovo Teatro Ateneo torna infatti al pubblico con la stagione 2026/2027 proseguendo il percorso avviato con la riapertura e con le prime due stagioni della nuova direzione artistica di Velia Papa. Lo fa senza rinunciare alla propria memoria, ma nemmeno trasformandola in un monumento. Il Nuovo Teatro Ateneo appartiene alla storia della Sapienza e, attraverso di essa, a una parte importante della storia del teatro italiano. È nato dentro un’università pubblica in cui lo studio dello spettacolo ha avuto un ruolo pionieristico e in cui teoria, ricerca, formazione e pratica scenica hanno trovato per decenni un terreno comune. Il suo percorso ha conosciuto stagioni diverse, grandi artisti, studiosi, laboratori, esperienze che hanno contribuito alla cultura teatrale italiana e internazionale. Oggi quel patrimonio non viene semplicemente celebrato: viene rimesso in movimento. Perché il teatro, se vuole continuare ad avere un valore pubblico, non può limitarsi a rappresentare il mondo. Deve trovare il modo di entrarci in relazione. E il valore pubblico del teatro è verticale, quando produce conoscenza, pensiero, ricerca, formazione, memoria; orizzontale, quando costruisce una comunità temporanea di persone diverse che per il tempo di uno spettacolo condividono uno spazio, un ascolto, una possibilità di confronto. È questa la direzione nella quale si muove la Terza stagione del Nuovo Teatro Ateneo. Non un teatro chiuso nell’università, ma un teatro che dall’università prende una responsabilità particolare: quella di non smettere di interrogare ciò che accade fuori dalle sue mura. E non un teatro che cerca semplicemente di rispecchiare l’attualità, ma un luogo nel quale l’attualità possa essere sottoposta alla complessità dell’arte, della storia e del pensiero. La stagione 2026/2027 mette in relazione esperienze artistiche, geografie, generazioni e linguaggi differenti, componendo un programma nel quale il teatro italiano contemporaneo dialoga con esperienze internazionali e nel quale la scena diventa uno spazio di confronto tra memoria, corpo, società, identità e comunità. Si parte a novembre, dal Cile di Estampida Humana della compagnia Bonobo, che riflette sulla perdita del senso di comunità, sulla paura, sulla violenza e sulla trasformazione degli spazi pubblici in luoghi pericolosi e conflittuali. Ancora a novembre il Nuovo Teatro Ateneo ospita lo spettacolo Sogno di una notte d’estate della compagnia Maltinti Teatro, composta da un gruppo di attori professionisti e di ex-allievi di Carlo Cecchi che incontra sulla scena una generazione di giovanissimi attori per affrontare uno dei testi più giocosi e complessi del repertorio shakespeariano. Ad un anno dalla scomparsa di Carlo Cecchi, il Nuovo Teatro Ateneo vuole omaggiare questa figura del teatro italiano e lo fa con un ciclo di incontri dal titolo PASSAGGI – un omaggio a Carlo Cecchi: 4 appuntamenti da novembre a febbraio con proiezioni, dibattiti e spettacoli. A dicembre, sarà in scena April di Fanny & Alexander, dedicato alla storia di April Ashley e alla trasformazione, alla visibilità, alla memoria; si prosegue con Progetto Bardo di Giorgio Barberio Corsetti; a gennaio si riparte con Impasse di Yusuf Mufutau, una riflessione sulla mortalità e sull’impermanenza attraverso il corpo e la danza; a febbraio si prosegue con Opera Punk di Brut Movement, una commedia musicale italo-romantica punk nella quale opera, musica, danza, comicità e abilità clownesca si incontrano. La stagione attraversa quindi la storia e la memoria personale di Mohammed Al Qudwa in Ce qu’on emporte quand tout disparaît in programma a febbraio, mentre a marzo è di scena Tonight il lavoro di Bertrand Lesca e Nasi Voutsas, insieme da dieci anni nella ricerca di una comicità contemporanea che dialoga con la tradizione dei grandi clown, e Confessione di un ex presidente che ha portato il suo Paese sull’orlo di una crisi di Davide Carnevali, che mette in scena i meccanismi della retorica politica e il confine tra realtà e rappresentazione. Seguono 4.5.6, storico spettacolo cult scritto da Mattia Torre, una comica e violenta storia di una famiglia isolata e chiusa nelle proprie paure; ad aprile, L’Opera du Villageois di Zora Snake, artista camerunese che intreccia danza, performance, memoria, ricerca storica e ritualità; Apocalisse tascabile di Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri, atto unico eroicomico sulla fine del mondo e sulla possibilità di trasformare la crisi in occasione di cambiamento; a maggio, Sulla morte senza esagerare del Teatro dei Gordi, che affronta il tema della morte con ironia e attraverso un uso non convenzionale delle maschere contemporanee; e Città sola ispirato al lavoro di Olivia Laing e diretto da Lisa Natoli, una variazione teatrale sulla solitudine urbana. Sono spettacoli molto diversi tra loro ed è proprio questa distanza a costituire uno dei caratteri della stagione. Il filo che li attraversa non è un tema unico, né una dichiarazione di poetica applicata dall’alto. È piuttosto una domanda sul modo in cui gli esseri umani stanno insieme — o smettono di riuscirci — dentro società attraversate dalla paura, dalla solitudine, dalla violenza, dalla perdita della memoria, dalle migrazioni, dalle guerre, dalla trasformazione dei corpi e delle identità e dalla crisi delle forme tradizionali della comunità. Il teatro non risolve queste questioni. Non è questo il suo compito. Può però renderle visibili. Può restituire loro una forma che non sia quella, spesso semplificata, della cronaca. Può costringere lo spettatore a rimanere davanti a ciò che normalmente viene consumato in pochi secondi di informazione. E può fare una cosa ancora più semplice e, proprio per questo, più radicale: mettere delle persone nella stessa stanza e chiedere loro di guardare insieme qualcosa che da sole forse non avrebbero guardato nello stesso modo. È qui che la dimensione universitaria del Nuovo Teatro Ateneo acquista un significato che va oltre la semplice collocazione geografica. L’università non è soltanto il luogo nel quale il teatro viene ospitato. È il luogo nel quale il teatro può tornare a essere, con particolare evidenza, una forma di conoscenza. Conoscenza che passa dai libri e dagli studi, ma anche dall’esperienza diretta degli artisti, dalla visione, dalla discussione, dalla possibilità per studenti e pubblico di incontrare chi la scena la costruisce e la attraversa professionalmente. Il Nuovo Teatro Ateneo si propone come uno spazio nel quale la formazione non è separata dalla visione e la ricerca non è separata dalla vita culturale della città. È una vocazione che appartiene alla sua storia e che oggi viene ripensata dentro un teatro contemporaneo profondamente cambiato, nel quale sono saltati molti dei confini che un tempo separavano prosa e performance, teatro e danza, documento e finzione, artista e spettatore, scena e spazio pubblico. Una delle grandi novità della stagione è la gratuità di tutti gli spettacoli, aperti a tutto il pubblico senza biglietto: una scelta che interpreta pienamente la vocazione universitaria del Nuovo Teatro Ateneo e il suo rapporto con la comunità studentesca. Un teatro aperto, accessibile e inserito nella vita dell’Università, pensato come luogo di incontro tra studenti, artisti e pubblico, nel quale la visione dello spettacolo diventa occasione di formazione, confronto e partecipazione e nel quale il teatro torna a essere, a pieno titolo, una parte della vita culturale dell’Ateneo.

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Daniela Pasquano

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