La recensione – “Melancolia” di Mircea Cărtărescu

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di Luisa Di Maso

Instagram @luisa.di.maso

Spazio e tempo dai contorni dilatati, la magia che s’insinua nel vivere di tutti i giorni e la solitudine, tangibile, sempre. Tre storie di effimera eppure vivida realtà, nella Bucarest, città natale dell’autore, ammaliatrice e silente.

“Camminò a lungo fino a casa, passando per piazze con statue indecifrabili e accanto a palazzi con le finestre illuminate. Tutti gli edifici erano sconosciuti sotto il cielo rosato, cupo, da cui veniva giù la neve. (…) Un tram con un solo faro arrivava dondolante dal fondo nebbioso della strada.”

Tre protagonisti attraversano l’infanzia e l’adolescenza, tra ricordi, sensazioni, abbandono anche solo paventato, primi palpiti d’amore, attanagliati, tutti, dalla malinconia che stride ma allo stesso tempo crea. E crea talmente tanto che per la mente immaginifica di ciascuno dei tre, l’esplorazione esterna diviene proiezione delle paure e delle follie che popolano soprattutto la notte.

“La notte era fonda, col cielo rosa scuro da cui cadeva minuta la neve. Il ponte non era sdrucciolevole, e l’abisso che c’era sotto non spaventava il bambino. Il cammino sopra la città era lungo e in continua salita, gli isolati delle case sottostanti diventavano sempre più minuscoli, le pochissime automobili spazzavano con i fari il buio su cui nevicava e nevicava e nevicava nel gelo vivo della notte.”

In Melancolia di Mircea Cărtărescu, tra i più grandi narratori contemporanei, entri in una dimensione fantasiosa, talvolta orripilante, in cui le paure, reali, assumono i connotati di una messinscena in cui niente è impossibile da rappresentare. Come nell’episodio delle Volpi ad esempio, quando Marcel, un bambino di otto anni, che vive in un’abitazione in cui i genitori sembrano ombre proiettate sulle pareti livide, combatte con la volpe, simbolo del suo terrore più grande, per proteggere la sorellina adorata, oppure nell’episodio delle Pelli in cui la paura del cambiamento emerge chiaramente, sia pure nella sua esposizione onirica.

“Si chiudeva nella stanzetta che dava sul viale e non ne usciva finché non si liberava della pelle vecchia che negli ultimi tempi lo stringeva così tanto. Veniva fuori una mattina, bianco come il latte, con la nuova pelle sottile e solcata dappertutto da capillari rossi e bluastri, un tatuaggio delicato, dalla testa ai piedi, che ti intimoriva ma ti rallegrava anche in qualche misura, perché era un segno di salute e rinascita.”  

Il libro è meraviglioso; la scrittura potente, evocativa. Approcciarsi a Cărtărescu e a questo libro significa cambiare prospettiva. Consigliato a chi ama intraprendere, anche nella lettura, strade alternative, non tracciate.

Melancolia

Mircea Cărtărescu

La nave di Teseo