Lamberto Maggiorani, uno di noi.

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Quanti romani sapevano un mese fa che a qualche chilometro fuori Porta Maggiore esiste uno stabilimento della Breda? Oggi lo sanno un po’ tutti, perfino i domenicani di padre Morlion. All’ingiusto misconoscimento ha ovviato l’ingegner Barluzzi, Direttore dello stabilimento, licenziando in tronco il 18 aprile scorso 450 operai su 700. Li avevamo già conosciuti, i 450, il Primo Maggio, quando fecero il loro ingresso muti, dietro la banda dell’ATAC, in piazza del Popolo. Torneremo alla Breda con le nostre bandiere spiegate, ci disse quel giorno uno di loro. L’altro giorno siamo andati a trovarli nel loro villaggio, al quindicesimo chilometro dal Campidoglio sulla via Casillna. Un’oretta di viaggio da Termini, attraversando quella cintura ai miseria e di squallore che ogni grande metropoli della nostra civiltà accumula attorno, genericamente definendola periferia.

Questo scriveva un giornale a tiratura nazionale il 18 maggio 1952. Per la notizia così impegnata non possiamo non pensare ad un quotidiano fortemente e giustamente sensibile alle vicissitudini dei lavoratori e dei cittadini, oggi quotidiani così non ci sono più, o forse preferiscono parlare di altro per non disturbare…

In questo articolo però parliamo di uno di noi. Nato a Roma nel 1909 vissuto poi alla Breda come operaio, Lamberto Maggiorani diventa quasi per caso il simbolo del cinema italiano del dopoguerra, scoperto da Vittorio De Sica, il regista incarnazione del Neorealismo lo proietta nella galassia del nascente nuovo fermento culturale, un fermento nato dalle ceneri del conflitto, dove nuove espressioni e movimenti di pensiero formano quella che sarà la generazione che porterà il nostro cinema, e non solo, alle vette che conosciamo. Il film di De Sica “Ladri di biciclette” addirittura fu riconosciuto anche in America come opera di valore, tanto da vincere un Oscar speciale nel 1949.

Ma torniamo ai licenziati del maggio 1952, tra loro c’era proprio Lamberto, uno dei tanti lavoratori di quel complesso industriale che era stato il fiore all’occhiello dell’industria bellica del ventennio fascista per poi diventare un campo di prigionia durante la guerra. Quest’ultima vicissitudine è narrata splendidamente dal regista Antonio Ciavoni, sempre uno di noi, un ragazzo della Breda che fa come lavoro il cameraman e ha la passione della documentaristica. Antonio sarà nostro ospite nei prossimi numeri, a lui riserveremo una lunga intervista sul suo film “La guerra nei dintorni di Torre Gaia”, la cui proiezione è in programma all’Ex Mercato di Torre Spaccata.

E sono proprio Torre Gaia e Lamberto i protagonisti di questa piccola storia.

De Sica cercava volti nuovi per uno dei suoi film, l’industria del cinema allora in Italia stava ritornando ai fasti del ventennio, perché anche se può sembrare curioso il cinema italiano visse negli anni trenta una delle sue stagioni migliori. Lo sforzo economico per la costruzione, lo sviluppo di Cinecittà; un complesso composto da 73 edifici, tra cui 21 teatri di posa, centrali elettriche, uffici della direzione e l’impegno assunto da una schiera di attori, sceneggiatori e registi portò il nostro prodotto cinematografico ai livelli narrativi e costruttivi che fecero da sponda a quello che dopo la guerra divenne uno standard di qualità e un prodotto garantito da esportare anche all’estero.

Basti pensare comunque alle pellicole girate a ridosso e durante  il conflitto, film come “La corona di ferro” (1941) di Blasetti, un tipico esempio di proto Fantasy o più semplicemente film dalla vena popolare come “Quattro passi tra le nuvole” (1942) sempre di Blasetti dove la sostanza del racconto è fortemente antimoralista per capire che il cinema del dopoguerra dipendeva fortemente dal recente passato, molto più di quanto si possa pensare oggi, nonostante la pressione e la censura del regime.

Cambiavano però i temi, le storie dovevano essere più vicine possibile al tessuto sociale che si stava formando dopo i lutti e i disastri della guerra. Persone come Lamberto Maggiorani fecero la loro piccola fortuna con questi ruoli, come lo è stato per gli attori di strada di Pasoliniana memoria.

De Sica scelse lui per il suo aspetto magro e il viso compassato dove di vedeva tutta la sofferenza degli anni passati sotto le bombe, si intravedeva in quei volti ancor di più quella paura dell’ignoto che era tipica del dopoguerra. Maggiorani in un intervista negli anni “50 dice: Io con i “Ladri di biciclette” non mi sono arricchito, ho comprato una camera da pranzo nuova, che poi ho dovuto rivendere sotto costo al momento del mio licenziamento, e qualche vestito, due paia di scarpe per i miei figli”

Sempre lui ricorda con mestizia che la gente all’uscita delle sale cinematografiche usciva con le lacrime agli occhi, ma stentava a riconoscerlo.

Dopo il licenziamento dalla Breda ritorna a cercare lavoro nel cinema, e da allora interpreta vari ruoli come caratterista, alti e bassi anche in questo caso, ma rimane memorabile la sua collaborazione con Tino Buazzelli nel 1959, ci lascia nel 1983.

Lamberto Maggiorani oggi forse qualcuno lo ricorda alla Breda, lo ricordano gli esperti di cinema ma le giovani generazioni non lo conoscono affatto, come non lo conoscono la maggior parte delle persone di questa parte di Roma, questo articolo può servire a ricordare uno dei tanti piccoli grandi personaggi che ha vissuto in questo territorio.

Per tutto l’anno 2019 sono previste altre iniziative culturali legate al cinema: rassegne, dibattiti, incontri, fiere, forum ed eventi a tema con particolare attenzione al mandato primario della struttura di realizzare un vero e proprio progetto di diffusione della cultura e di costituire un luogo d’incontro e discussione per il quartiere e non solo.

Al contempo proseguono e si allargano le attività di Scuola Popolare di Musica, i Corsi Base di Teatro, di Yoga e di Parkour.