Dalla Rivoluzione Francese, ai Gilets Jaunes parigini e il parallelo con Matteo Salvini

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Robespierre, il capo dei Giacobini, è ricordato nell’immaginario collettivo come uno dei capi della Rivoluzione Francese. Strenuo opponente delle forze rivoluzionarie moderate, ottenne una sfumatura dittatoriale che è insita nel ruolo dei grandi leader. Persino di quelli che combattono per volere del Popolo e per soddisfare il Popolo. Avvocato, durante la Costituente nel 1789 dibatté, come deputato agli Stati Generali, tutti i punti salienti, assumendo il ruolo di difensore e beniamino del Popolo parigino. Imparò ben presto che i beniamini del Popolo possono diventarne i peggior nemici, quando venne ghigliottinato, nel 1794.

La Rivoluzione Francese, spartiacque nella Storia di Europa, fu il termine e il punto di partenza di un periodo di crisi della Francia, caratterizzato da un forte indebitamento statale e alla perdita di prestigio della monarchia. Il malcontento del Popolo si diffuse e venne alimentato dai privilegi dei ceti nobiliari, e cominciarono a modulare le proprie proteste richiedendo una rappresentanza politica e, anche, di mettere in discussione il cosiddetto ancien régime. Il 5 Maggio 1789 il Re convocò gli Stati Generali, un organismo di consultazione della nazione, ma i componenti del Terzo Stato (i.e. la borghesia), si riunirono separatamente e, dopo poco più di un mese, si autoproclamarono Assemblea Nazionale.

Ovvero, gli unici Rappresentanti della Nazione, gli unici degni di rappresentare e di dar voce al Popolo. Il resto, è Storia.

Al giorno d’oggi, in Francia le proteste non assumono una violenza pari a quelle che precedettero e accompagnarono la Rivoluzione Francese. Ma riescono a sviluppare la propria efficacia. La fine di questo autunno è stato scandito dalle voci e dalle azioni dei cosiddetti “gilet gialli” (gilets jaunes), un movimento di protesta che è scaturito autonomamente a partire dalla periferia e che ha bloccato molte strade della Francia.La scintilla? L’aumento del prezzo del gasolio, una manovra che il governo ha fatto passare per ottenere la diminuimento dell’inquinamento.

L’organizzazione delle proteste partono dai social, non hanno un leader conclamato ma solo portavoce, e non sono uniti da tratti comuni, se non da quello della profonda insoddisfazione per il Presidente Macron.

Il centro della Francia, le grandi città non sono preoccupate per le “tasse ecologiche”, perché la rete di collegamento è ben provvista dai trasporti pubblici e da altri servizi, come Uber. Ma nelle province? Nelle province, termine con il quale si includono città periferiche e aree rurali, la classe sociale media vede l’aumento del carborante come un attacco, un affronto alla stabilità e al benessere delle loro famiglie.

Macron, il Presidente, è percepito come un arrogante, poco rispettoso. La tassa del carburante viene percepita come un attacco al benessere delle famiglie della piccola e media borghesia, che avranno più problemi “ad arrivare a fine mese”.

Manifestazioni si sono susseguite a Parigi a partire dal 17 Novembre, e una in particolare, quella del 1 di Dicembre, è degenerata. Vetrine distrutte sugli Champs-Elysées, alcune barricate e alcune macchine incendiate. Lacrimogeni e cannoni ad acqua sono stati usati dalla polizia anti sommossa per stemperare gli animi, e secondo alcuni, questi picchi di violenza sono da attribuire ad infiltrati sia di estrema destra e sia di estrema sinistra.

Il 10 Dicembre Macron, finalmente, ha risposto alle accuse che gli sono state rivolte, e ha promesso misure di aiuto al reddito e ai pensionati, e una rinnovata lotta all’evasione fiscale.Con questo, vorrebbe pacificare l’animo di coloro che lo detestano, dopo alcune misure impopolari che hanno contribuito ad acuire il malcontento di molti Francesi.

La Rivoluzione Francese e il Movimento di Protesta dei Gilets Jaunes hanno, ovviamente, moltissimi punti di discrepanza: il profondo divario cronologico, l’assetto socio-politico della Francia e, soprattutto, il luogo dove la conflagrazione ha inizio. Non più a Parigi, bensì nelle province.

Ma un trait d’unionfra questi due eventi è quello del ceto sociale: la classe media.In molti libri di testo chiamata generalmente borghesia, in realtà questa grande fascia sociale raccoglie aspetti, redditi economici, gradi di cultura molto differenti. Quel che è certo, è che la middle class, ovvero quella che è nel mezzo, ha per antonomasia una sorta di invidia nei confronti delle classi sociali più alte, di cui vorrebbe condividere i privilegi, e allo stesso tempo ha il terrore di essere declassata alla “plebea” classe dei lavoratori. Questa altezzosità, dovuta in gran parte anche ad una sorta di senso di inferiorità, ha fatto sì che molte delle proteste dell’ultimo secolo siano partite proprio dalla borghesia. Ogni tanto, qualche atto politico, o qualsivoglia evento, è stato percepito come un affronto alla propria identità, molto più profondamente e in modo più coinvolgente di quanto non sia accaduto, ad esempio, con le classi sociali più alte.

L’ondata del cosiddetto “populismo”, ovvero di questa virata a partiti politici di matrice razzista e nazionalista che sta scuotendo l’intero globo è da contestualizzarsi all’interno di questa crisi della middle class. Purtroppo, invece di assaltare bastiglie, al momento il proprio risentimento viene espresso votando per Donald Trump, per la Brexit, per Matteo Salvini. La crisi d’identità che sta scuotendo la borghesia si sta incarnando nell’azione di erigere muri più o meno fisici, isolandosi.

Forse, il movimento di protesta dei gilets jaunespotrà evolversi dal bloccare le strade e la connettività francese allo stabilire un dialogo coi cosiddetti “poteri forti”, in un tendere le mani e costruire ponti.