Clipperton Island: l’isola della Passione

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Un tempo, non troppi anni or sono, vi erano ancora dei luoghi inesplorati, non calpestati da alcun piede umano. Emblematica è l’isola di Clipperton, un atollo corallino di soli 6 km³ – se si conta anche la laguna, la terra calpestabile occupa un’area di ben 2 km³ – che langue, completamente disabitato, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Tecnicamente, la presenza di alcune rocce vulcaniche permetterebbero una sua promozione al grado di ‘isola con barriera corallina’. Nonostante ciò, sembra che il trenddel momento sia quello di utilizzare un approccio approssimativo, utilizzando parole a caso senza conoscerne il significato preciso; ci si atterrà, dunque, a questa consuetudine moderna che afflige l’Italia, usando arbitrariamente i termini ‘isola’ e ‘atollo’ come se fossero sinonimi.

La storia di questo scampolo di terra si rivela complicata e colma di vicissitudini sin dall’epoca della sua scoperta, nei primi anni del 1700: la leggenda, infatti, narra come il primo uomo a posare piede su questo atollo fu John Clipperton, famoso per la sua carriera di pirata e corsaro, che devolse la sua vita al Regno Unito, per il conto del quale attaccava e derubava i galeoni spagnoli. Ufficialmente, nel 1711 due navi francesi scoprirono quest’isola e la ribattezzarono ‘Isola della Passione’, considerandola dominio francese. Molti storici ancora si chiedono quale motivazione recondita ci sia dietro la scelta di questo nome, considerando il fatto che l’unica attrazione dell’isola siano le tre palme e le montagne di guano lasciate dalle migliaia di uccelli marini, padroni incontrastati.

Nonostante l’atollo non rispecchi lo stereotipo di Paradiso Terrestre che siamo soliti associare alle isole dell’Oceano Pacifico, durante il 1800 e il 1900 USA, Francia e Messico si contesero furiosamente la sovranità dei ben 9 km³ – compresi di montagne di guano e di barriera corallina, senza scordare gli squali che nuotano pacificamente nelle acque circostanti. In realtà, la desiderabilità dell’isola risiedeva nella sua posizione strategica – a 1000 km di distanza dalle coste del Messico – e dal potere fertilizzante del guano. Finchè un gruppo di Inglesi non prese possesso dell’isola, per cercare di dimostrare il valore del guano, che purtroppo si rivelò di bassa qualità. Mentre nel 1909 il Re Vittorio Emanuele III d’Italia venne chiamato ad arbitrare la questione della sovranità contesa fra Francia e Messico, un gruppo di un centinaio di Messicani, incluse uomini, donne e bambini, sbarcarono a Clipperton Island. A causa dell’intensificarsi della Rivoluzione che imperversava in Messico, a partire dal 1914 le navi con i rifornimenti cessarono le loro visite. Ben presto, un’alimentazione basata sulle proteine – uccelli, uova di uccello e pesce – e lo scorbuto causarono un improvviso calo della popolazione, che raggiunse un totale di 26 unità. Un uragano e alcune dinamiche di potere fecero il resto, lasciando il solo guardiano del faro come unico uomo adulto; questa completa assenza di competizione, e una probabile psicosi maturata durante gli anni di solitudine, fecero sì che Álvarez si auto incoronò ‘Re’. Il suo regno di terrore, stupri e omicidi terminò per mano di Tirza Randon, che preferì ucciderlo piuttosto che essere oggetto delle sue attenzioni. Una nave statunitense, la Yorktown, salvò nel 1917 le donne e i bambini superstiti, che poterono tornare ad una vita ‘normale’.

Nel 1931, finalmente, Vittorio Emanuele prese la sua decisione, e concesse la sovranità di Clipperton Island alla Francia, che costruì un faro che venne, però, abbandonato ben presto. La marina USA occupò segretamente – e brevemente – l’isola durante la Seconda Guerra Mondiale.; da allora, solo alcune brevi spedizioni scientifiche vi approdarono.

L’immensa varietà faunistica è dovuta anche alla sua posizione bio-geografica, che la rende un paradiso naturalistico, sebbene alcuni interventi umani, come l’importazione di maiali o ratti, abbiano messo a repentaglio l’equilibrio biologico dell’isola. L’equilibrio non viene minimamente alterato, invece, dalla plastica che tende a comparire sulla battigia e che viene utilizzata dagli uccelli come materiale di costruzione dei loro nidi.

Il solo fatto che l’isola sia sotto la sovranità della Francia la rende parte dell’Unione Europea, nonostante il fatto che sia così vicina alle coste americane; questi ultimi scampoli del colonialismo fanno sì che, politicamente parlando, la tanto dibattuta ‘Europa Unita’ si estenda fino agli angoli più remoti del Pacifico. In un testo in Medio-Persiano, il sovrano Khosrow veniva chiamato ‘il Re dei Sette Climi’ a causa dell’estensione del suo impero, tanto variegato da poter registrare tutte le sette ‘fasce climatiche’ in cui all’epoca veniva diviso il mondo. Da qui, non è errato poter considerare l’Europea come ‘il continente dei Sette Climi’, il cui feroce colonialismo ha fatto sì che i suoi voraci tentacoli abbiano raggiunto ogni angolo del globo, soffocandolo. Senza neanche risparmiare un’isola sperduta con tanto di barriera corallina e laguna, testimone di sbarchi e tentativi di possesso che possono essere sintetizzati e incarnati dalle rovine arrugginite e dai rifiuti di plastica che popolano la battigia dell’isola della Passione.