“Siamo Qui. Storie e successi di donne migranti”: intervista all’autrice Giusi Sammartino

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Premessa

Albert Einstein diceva che era più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. Ad oggi, in Italia, la situazione politico-sociale è sempre più contrassegnata da eventi che penalizzano le categorie più deboli, come i migranti e i rom. La cattiva informazione e i luoghi comuni  rendono l’integrazione sempre più difficoltosa.

Perchè vi sia un cambiamento concreto occorre far luce su quelle che sono le realtà poco conosciute, dove i migranti sono protagonisti e hanno contribuito, con le loro storie, ad accrescere l’economia e la cultura del nostro Paese.

L’autrice romana Giusi Sammartino, scrittrice e giornalista di importanti testate, come “Il Messagero” e ”La Repubblica”, ha sentito questa esigenza e ha raccolto trenta bellissime storie in un libro, intitolato “Siamo Qui. Storie e successi di donne migranti“ (ed. Bordeaux, 2018)

Sono trenta storie di donne non nate in Italia che hanno “cambiato il mondo”, non solo geograficamente. Sono state badanti, baby-sitter, collaboratrici domestiche, ma hanno saputo rimettersi in gioco, reinventando qui la loro vita e cancellando i cliché che le vogliono relegate esclusivamente ai mestieri e alle professioni dell’aiuto domestico, stereotipo in fondo ancora connesso a tutte le donne, ovunque esse siano nate.

Giusi, dalla tua biografia leggo che sei già stata autrice di due libri che hanno come protagonisti i migranti  come nasce l’idea del nuovo libro: ” Siamo qui”?

Mi sono trovata spesso a lavorare a favore delle persone che avevano più bisogno di far sentire la loro voce. Da anni mi occupo infatti di progetti di inclusione sociale con la Cooperativa Synergasia e ho insegnato lingua italiana ai richiedenti protezione internazionale presso il C.A.R.A. (Centro di accoglienza richiedenti asilo)  di Castel Nuovo di Porto, a pochi chilometri da Roma.

Da queste esperienze, ascoltando i tanti pregiudizi sui migranti, è nato il desiderio di voler raccontare “storie”, per avvicinare concretamente queste persone a chi è qui e si trova in qualche modo, comunque, ad accoglierle. Per questo è nato il primo libro: “L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti (Sensibili alle foglie, 2014). E per questo è nato: “Siamo qui. Storie e successi di donne migranti” che ha voluto accendere i riflettori sulle donne che, indipendentemente dalla terra in cui sono nate, sono le più “aggredite” dai cliché che le vogliono relegate sempre ai ruoli dell’aiuto. Invece le protagoniste del libro sono riuscite a superare e spezzare i cliché , ancora più forti relativamente alle donne venute da lontano, e sono diventate imprenditrici, artiste e  professioniste, imprenditrici di se stesse. Tutte loro, seppur con storie e origini diverse, hanno un unico comun denominatore:  hanno superato i pregiudizi e  indirizzato la loro vita seguendo quella che era la loro vera vocazione, superando  le difficoltà e tanti ostacoli.

Come mai hai scelto di voler raccontare solo storie di donne?

La mia scelta deriva da due elementi. In Italia la percentuale di donne di origine straniera è molto più alta rispetto a quella maschile (le donne sono oltre il 53 per cento), e più dei maschi sono riuscite a contribuire al welfare del nostro Paese, svolgendo mestieri molto difficoltosi e impegnativi nelle professioni cosiddette dell’aiuto (badanti, colf, baby-sitter). Ma molte di loro sono state capaci di avviare imprenditoria. Inoltre con il racconto di queste storie di vita, volevo che si superasse questo modo di  “etnicizzare” i mestieri, che vede  ad esempio le donne di origine filippina come colf e le ragazze della Romania come collaboratrici domestiche e così via. Le donne protagoniste di “Siamo qui” dimostrano che si può riuscire a trovare il proprio posto nel mondo, confinando sempre nelle proprie capacità e abilità. Questo fa sì, per esempio, che una ragazza di origini Rom possa diventare ingegnera o educatrice nelle scuole.

Questa intervista nasce da un desiderio, quello di voler far luce sulle buone prassi dell’ integrazione ad opera dei cittadini migranti, può questo libro rientrare in queste?

Durante il mio lavoro di ricerca delle protagoniste di “Siamo Qui,” ho avuto l’opportunità di incontrare tantissime donne coraggiose e vincitrici di sfide. Per esigenze editoriali sono stata costretta a dover selezionare i racconti passando da 50 a 30, ma questo per me è un punto che vorrei sottolineare. Ci sono tante storie di donne straordinarie  che ancora non conosciamo, l’obiettivo è che questi esempi eccellenti diventino davvero la normalità per il nostro Paese. Il mio libro vuole essere un monito, un esempio da seguire per tante che ancora non riescono ad “aprire la porta di casa” e realizzare i propri sogni. Per questo ho scelto la forma narrativa delle storie, per voler descrivere queste esperienze. Mi rifaccio alla frase di Frisullo che è nella prefazione del mio primo libro: “Basta vivere la vita degli altri per un minuto per capire davvero chi sono”.

La prefazione del tuo libro è stata curata da una grande artista, l’attrice bolognese Piera degli Esposti, da anni impegnata socialmente per la rivalsa femminile, qual è il significato che ha dato alla figura della donna a proposito di questo libro?

Il contributo di Piera degli Esposti è stato significativo, ne ha sottolineato l’aspetto antropologico. Lei ha saputo con poche battute descrivere la grande importanza della donna all’interno della nostra società. Ha raccontato, infatti, che nella tradizione agricola emiliana c’era questa figura della “Reggitora”,la donna che in assenza del marito in guerra teneva le redini della famiglia. La Reggitora non è un semplice angelo del focolare, ma una vera e propria combattente, che amministra l’economia domestica, cura la fattoria e i campi. A lei è affidato il compito più duro, quello di educare i figli, ai quali deve insegnare ad essere “persona”, a farsi strada nel difficile percorso della vita. Da questo esempio, dall’esempio della “Reggitora” emiliana, Piera Degli Esposti ha descritto un grande tratto peculiare che spesso viene dimenticato: la capacità della donna di sapere frazionare e amministrare il tempo. Questa è la sua grande forza che dall’interno l’ha trasformata, l’ha creata condottiera! Il frazionamento del tempo a sua disposizione le ha infatti dato, secondo l’attrice, la capacità di agire contemporaneamente su diversi ambiti e di essere capace di affrontare il mondo, per realizzare i tanti ruoli a cui la donna è chiamata a rispondere. Insomma noi donne siamo state abituate a vedere gli uomini che andavano in guerra, ma in realtà le grandi battaglie le abbiamo vinte noi, dove il nemico non è un soldato con un fucile, ma le tante sfide della quotidianità. Questo di Piera Degli Esposti è un grande messaggio e io sono orgogliosa di questo “dono” che mi ha dato e che ha dato alle donne del libro.

 Più nello specifico, quali sono le tematiche trattate nel tuo libro?

 “Siamo qui” è diviso in quattro parti. La prima è, diciamo, generica. Inizia a narrare le storie di donne migranti che sono venute in Italia a cercare un’altra opportunità e si sono trovate a doversi “sottomettere”,  pur avendo acquisito nei Paesi d’origine formazione e competenze, a professioni che prima non avevano mai fatto .

Le storie si snocciolano una dietro l’altra, ognuna con il suo fascino e, purtroppo, con il proprio carico di sofferenze. Tra le più commoventi risulta quella di Maria Oglinda, di origini moldave, oggi a Mestre, nella terraferma di Venezia, grande sarta e organizzatrice di cerimonie matrimoniali. Maria prima di cominciare l’intervista mi ha commossa per il suo ininterrotto pianto ricordando le sofferenze dei due anni iniziali passati letteralmente per le strade di Mestre, tra umiliazioni e paure. Poi dal suo racconto si vivono i dieci anni a servizio nelle case e quindi, grazie ai consigli e all’aiuto di uno dei suoi datori di lavoro, finalmente la ripresa in mano del suo sogno: confezionare abiti da sposa, spesso pregiati, curando tutto dal modello, alla stoffa all’abito finito. Oppure la storia della professoressa di musica, con una storia di nostalgia realizzata poi con la creazione di un ensemble di balletto folkloristico per la conservazione della tradizione del suo Paese, eppure qui ha iniziato come badante e tutt’ora fa la colf e la baby–sitter, e ora nella sua vita ha questo sogno ben realizzato. Oppure la storia di Silvia, plurilaureata, che ha iniziato pulendo uffici postali per poi mettere a frutto una delle sue lauree più appaganti e fa l’assistente sociale a Trieste. La seconda parte è dedicata alle donne di origine rom, vittime di pregiudizi su pregiudizi. Tre storie interessantissime che devono mostrare che non tutto quello che pensiamo sui Rom è vero, che non tutti tra loro abitano nei “campi” e sono solo ladri di rame e svaligiatori di appartamenti. Una ingegnera, una pittrice e violinista e una educatrice e ballerina ci indicano la strada per guardare nel verso giusto questo popolo venuto dall’India e ricco di tanta storia. La terza parte è dedicata alle donne vincitrici del premio “lingua Madre”  legato al Salone del libro di Torino e tutto dedicato a scrittrici non nate in Italia. Poi è la volta delle seconde generazioni, arricchite dell’humus delle due realtà culturali che portano nel sangue e nell’esperienza di vita fatta qui.

Potresti indicarci una  storia che ti ha particolarmente colpito?

 Domanda difficile, per me tutte hanno delle unicità che vale la pena raccontare, ogni storia è stata per me un viaggio. Da tutte ho imparato qualcosa e molto di importante. Ho visitato con loro le loro vite. Gliene sono grata a tutte, anche a quelle che per vari motivi ho dovuto escludere. E’ stato bello poter immaginare, per esempio, la felicità negli gli occhi di una delle protagoniste, di origine Rom, cacciata da un campo all’altro,  E così innumerevoli altri episodi che mi hanno donato la gioia di vivere.

Quale tra questi insegnamenti senti di voler divulgare?

 Ogni singola protagonista, rileggendo la sua storia, ha confermato la medesima frase: “Non bisogna mai arrendersi”. Qualunque siano le difficoltà, occorre dover seguire ciò che siamo chiamati a fare per la nostra vocazione. Accettando gli ostacoli, non dobbiamo mai distogliere lo sguardo dai nostri sogni.

Questo mio libro vuole essere un dono a tante donne (non solo straniere) che devono riuscire a trovare la propria via. Come diceva  Toltsoj, “senza fretta, ma senza tregua” la perseveranza e la pazienza sono le più grandi armi di difesa di noi donne, che spesso dimentichiamo di avere.

Vorrei chiudere ringraziando le protagoniste delle mie storie, principesse magnifiche che hanno fatto della realtà più dura un bellissimo sogno da vivere.